LA FASE DIBATTIMENTALE DEL PROCESSO

Il processo penale per la morte di Alessandro Bini è entrato nella fase più importante, la fase dibattimentale. Si è infatti tenuta oggi l’udienza straordinaria dinanzi al Giudice monocratico Dottoressa Planitario presso il Tribunale Penale di Roma. Un’udienza molto importante in cui sono sono stati chiamati a testimoniare i testi dell’accusa, dal custode del campo dell’ Almas, Mohamed Kihel, al medico che per primo ha soccorso Alessandro, Kazen Hoshemand, fino a Giuseppe Settimi, allenatore di una delle squadre dell’Almas dal 2005 al 2007. E ancora i dirigenti accompagnatori del Cinecittà Bettini Giuseppe Avallone e Marco Carosi, l’assistente capo della Polizia di Stato, Mario Piccioni, e soprattutto Delia Santalucia Bini, la mamma di Ale. Unico imputato è Sandro Silvestri, l’ispettore della lega nazionale dilettanti che omologò il campo di Via Demetriade: il Sant’Anna B, rinviato a giudizio lo scorso 9 aprile dal Gup Cecilia Demma. (In quella stessa udienza fu stralciata la posizione di Attilo Massolo, presidente e legale rappresentante dell’Almas Roma, proprietaria del campo, deceduto a marzo 2009).Concorso in omicidio colposo e falso ideologico sono i reati contestati al fiduciario dal PM Cascini. Il primo a soccorrere Alessandro quel drammatico pomeriggio del 2 febbraio 2008 fu il medico accompagnatore del Cinecittà Bettini, Kazen Hoshemand, che ricorda “Inizialmente pensai ad un trauma cranico ma non appena sollevai la maglietta di Alessandro notai subito all’altezza del torace un forte livido e capii subito che si trattava di un trauma cardiaco. Alzai gli occhi e vidi il rubinetto, un tubo di metallo distante un metro dalla linea del campo con la maniglia rossa rivolta verso il campo e capii subito cosa era successo”. Poi è stata la volta del guardiano del campo nonché magazziniere, Mohamed Kihel, che lavora alle dipendenze dell’Almas dal 15 gennaio 2001 “Mi occupo dell’irrigazione del campo e di segnare le linee del campo. Ho visto quel tubo e da quando lavoro all’Almas quel rubinetto è sempre stato lì”. Affermazione quanto mai importante considerando che l’omologazione del campo riporta la data del 9 marzo 2005, ossia il rubinetto era già presente al momento della omologazione. Mohamed si occupa di segnare le linee del campo, lo fa con una carriola e del gesso. “Da quando lavoro per l’Almas ho sempre fatto le stesse linee, non ho mai cambiato le stesse. Sono sicuro che le linee non sono mai state spostate e che non sono mai stati fatti lavori sul campo”. E i controlli da parte della Federazione? “Non ricordo chi sia venuto ma guardarono il campo e dissero che era tutto a posto”. E infine sul rubinetto Mohamed ribadisce “Quel rubinetto serviva ad irrigare il campo e quando veniva chiusa l’acqua la maniglia era posizionata verso il campo”. Esattamente come era quel drammatico 2 febbraio 2008 quando Alessandro nel voltarsi per ricevere la palla andò a scontrarsi contro quel rubinetto e contro la maniglia rossa divenuta un vero e proprio pugnale capace di causare un violento trauma contusivo toracico. Altrettanto importante è stata la testimonianza resa dall’allenatore Giuseppe Settimi che ha lavorato alle dipendenze dell’Almas per due stagioni sportive dall’ottobre 2005 al 2007 “Avevo fatto presente alla società dell’Almas già nei primi mesi del 2006 della presenza di situazioni di oggettivo pericolo quali ad esempio la presenza dei tralicci per l’illuminazione posizionati a meno di un metro dalla linea del campo e oltretutto a spigolo vivo. A mie spese comprai allora un campione di materiale di gomma, materiale di protezione. Parlai con il segretario, Sergio Nicolai, circa l’importanza di ricoprire gli ostacoli pericolosi. La risposta della società fu che fino ad allora non era mai successo nulla e non furono prese in considerazione le mie segnalazioni e i miei suggerimenti”. Viene poi mostrata un foto del rubinetto in questione all’allenatore Settimi “Mi ricordo che ai bordi del campo erano installati dei rubinetti fissi con cui innaffiare il campo e posso affermare che quel rubinetto è sempre stato lì, inoltre devo anche dire che oltre a questi rubinetti fissi era presente un manufatto di calcestruzzo ad una distanza di un metro dalla linea laterale del campo, che serviva da ripostiglio per gli attrezzi, impossibile da non notare. Confermo che le linee non mai state spostate e è sempre stata quella la distanza dalla linea del campo”. Infine il ricordo della mamma di Alessandro, Delia Santalucia Bini “Mio figlio stava bene. Ad ottobre gli avevo fatto fare l’ecocardio doppler e mi dissero che era perfettamente sano e che anzi aveva un cuore da maratoneta. Quel giorno ero seduta nella parte alta della tribuna e dopo dieci minuti vidi mio figlio esultare con i compagni per il vantaggio. Poco dopo ricordo che Alessandro nel ricevere la palla sulla fascia si voltò, lo vidi sollevarsi da terra, portarsi le mani al petto, girare due volte su se stesso e cadere a terra. Da lontano non avevo capito con cosa si fosse scontrato ma come sono scesa in campo mi sono subito resa conto della gravità”. Il prossimo appuntamento è fissato per il 29 marzo quando saranno ascoltati i consulenti di parte, il maresciallo di P.S. che per primo fece i rilevamenti sul campo. In quella stessa occasione verrà sentito il consulente tecnico della difesa l’Arch. Mauro Schiavone e verrà fissata la successiva udienza in cui saranno chiamati a testimoniare i testi della difesa. La speranza è che siano accertate le responsabilità, che chi di dovere si assuma le proprie responsabilità e che venga fatta giustizia per la morte di un ragazzino di neanche qindici anni che quel pomeriggio di due anni fa voleva solo divertirsi e andare incontro alla vita. Giustizia…solo Giustizia. Lo chiedono i genitori di Alessandro, i suoi familiari, gli amici, le persone che gli vogliono bene e tutti coloro amano lo sport. Lo sport è vita. Almeno così dovrebbe essere. Quel 2 febbraio non è stato così. Chi di dovere dovrà risponderne.
Associazione Alessandro Bini
 Ufficio Stampa